La soglia della felicità

  • Marco Sala
  • Category Tempo

Nel 2015 lo scozzese Angus Deaton si aggiudica il premio Nobel per l’economia grazie ai suoi studi sui consumi, sulla povertà e sul welfare.

Quello che affascina delle sue teorie è soprattutto la “SOGLIA DI FELICITA‘”, cioè fino a quale cifra può crescere la felicità umana. Nel 2010 quantifica la soglia di felicità in 75 mila dollari, poco più di 65 mila euro.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), ha analizzato due diversi tipi di benessere:

Il primo è il benessere emotivo, riferito alla qualità delle emozioni e delle esperienze quotidiane individuali (frequenza e intensità di gioia, stress, tristezza, rabbia, affetto), che rendono felice o infelice una persona.

Il secondo invece riguarda la percezione che ogni individuo ha della propria vita. I risultati dimostrano che le due componenti del benessere reagiscono in modo differente al reddito. 

In particolare, quando il reddito aumenta la percezione del proprio stile di vita cresce in modo costante; anche il benessere emotivo cresce con il reddito, ma solo fino alla soglia dei 75.000 dollari annui, valore oltre il quale la crescita si arresta.

I risultati mostrano che se il reddito scende sotto ai 75.000 dollari diminuisce la felicità ed aumentano stress e tristezza, ma se supera questa quota ad aumentare è solo la percezione della qualità di vita, mentre il livello di felicità rimane stabile.

L’economista insegna Economia all’università di Princeton. La sua ricerca ha contribuito a trasformare i campi della microeconomia, macroeconomia ed economia dello sviluppo.

Per progettare una politica economica che promuova il benessere e riduca la povertà, dobbiamo prima capire le scelte di consumo individuali, e più di chiunque altro, Angus Deaton ha migliorato questa comprensione.

Tra i contributi più rilevanti dell’economista c’è la formulazione del cosiddetto “Paradosso di Deaton”, nello studio intitolato “La grande fuga: salute, benessere e le origini dell’ineguaglianza”, in cui si sviluppa la tesi secondo cui le diseguaglianze sono necessarie alla crescita e allo sviluppo. 

E’ interessante a questo punto  consultare il “World Happiness Report 2018” per verificare la graduatoria dei livelli di felicità dei 156 Paesi Mondiali e per vedere come vivono le popolazioni migranti. Come diceva Aristotele vale la pena di lottare per la felicità.

La felicità comincia con i governi e con le loro politiche.

Il Nord Europa si conferma terra felice. Nel 2012 l’Onu ha istituito la Giornata mondiale della felicità (20 marzo) chiedendo ai governi “un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone“. 

Speranza di vita, libertà, generosità, sostegno sociale e assenza di corruzione sono le variabili chiave che, abbinate al Pil, costruiscono la classifica mondiale.

In testa la Finlandia, dove i primati tecnologici fanno il paio con quelli ambientali; l’educazione alla libertà, che inizia con il diritto di camminare nella natura, con l’equità sociale e di genere, come il mese di congedo parentale. La Finlandia ha superato Norvegia, Danimarca, Islanda, seguite da Svizzera, Paesi Bassi, Canada, Nuova Zelanda, Svezia e Australia. Era al quinto lo scorso anno. I primi cinque Paesi hanno valori elevati per i sei indicatori di felicità e si sono alternati al primo posto in classifica sin dal 2012. La Finlandia è anche in cima alla classifica della felicità degli immigrati.

L’Italia è al 47esimo posto (39esimo per felicità degli immigrati), sotto la Tailandia. Il punteggio italiano è in salita e dal momento che le valutazioni della vita media annuale sono aumentate ci si aspetta che continui a riprendere posizioni.

Sulle aspettativa di vita si basa anche il parametro statistico utilizzato per rendere i dati confrontabili, la distopia. In pratica siamo poco felici perché non ci aspetta una vita più lunga di quanto calcolato, ed è lo stesso motivo per il quale il Giappone (che ha l’aspettativa di vita più lunga del mondo) è ancora più dietro noi, al 54esimo posto.

Se però guardiamo i sei indici chiave, troviamo gli Stati Uniti al 18° posto, sceso di quattro punti rispetto allo scorso anno. E stupisce incontrare un Paese in guerra come Israele, che conta però di supporto sociale e generosità, all’11esimo posto. O trovare la Cina, dalla forte economia e una limitata libertà di pensiero, all’86esimo. Il report sulla migrazione interna cinese, a cui è dedicato un capitolo di approfondimento, rileva che spesso chi arriva nelle grandi metropoli è meno felice di chi è rimasto in campagna.

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